Contributi

LUCERA: UNA CITTA' SARACENA NELL'ITALIA MEDIEVALE
Negli anni che vanno da 1224 al 1300, in Puglia, a pochi chilometri da Foggia, la città di Lucera, posta su un colle alto circa 240m., fu abitata esclusivamente da saraceni, colà deportati dalla Sicilia dall'Imperatore Federico II di Svevia (1194-1250). Lo scopo di questa operazione era quello di pacificare l'isola e di impedire le continue rivolte dei musulmani che vi abitavano da centinaia di anni.

Si può stimare che siano stati trasferiti, non certo in un sol colpo, tra le quindicimila e le ventimila persone. Cacciati il vescovo e i pochi cristiani, Lucera divenne tutta saracena. Federico preferì non intromettersi nell'amministrazione della città, pur pretendendo il pagamento di un "testatico" (tassa individuale). I suoi nuovi abitanti ebbero la facoltà di conservare la loro religione e di vivere secondo le loro usanze. Fu costruito un grande castello e un palazzo imponente nel quale, come hanno rilevato gli scavi, vi si doveva condurre una vita fastosa. I musulmani avevano un capo proprio, il caid, con propri organi di vigilanza, coi loro sheikh (anziani) e fakih, una sorta di esperti di diritto o giudici. Alla comunità islamica fu concesso di autogovernarsi secondo la legge coranica. Le loro moschee e i loro minareti si vedevano da lontano. Finché regnarono gli Svevi, i saraceni non ebbero motivo di lagnarsi della tolleranza loro accordata. Nel 1261, all'epoca di Manfredi figlio di Federico, Gamal ad-Din, un inviato del sultano d'Egitto in visita all'Italia meridionale poteva infatti scrivere al suo signore: "Presso il paese nel quale io soggiornavo, è una città chiamata Lugarah, gli abitanti della quale sono tutti musulmani di Sicilia, e quivi si fa la pubblica preghiera del venerdì e si compiono pubblicamente i riti dell'islamismo".

Federico non prestò mai particolare attenzione alla proteste indignate del papa e dei suoi accoliti contro questa comunità islamica in terra cristiana; sapeva che avevano combattuto per loro convinzioni religiose e che centocinquant'anni di dominio cristiano non li avevano piegati. Era un nucleo di combattenti ostinati, di cui andavano sfruttate le capacità militari. Non abbiamo ovviamente dati precisi sul numero degli abitanti della città, ma si pensa che il numero non superò mai i 35-40.000.

La cosa per noi interessante è che Federico II e suo figlio Manfredi erano in grado di arruolare a Lucera migliaia di saraceni, la maggior parte dei quali erano arcieri, naturalmente armati con corti archi compositi di tipo arabo. Questi costituivano il nerbo e il nucleo permanente dell'esercito imperiale. Inoltre Federico utilizzava i migliori di questi, che lo chiamavano sultano, come guardia del corpo, e se li portava con sé in tutti i suoi spostamenti.
La città divenne ricca e fiorente e Federico vi soggiornava volentieri e forse non disdegnava di penetrare ogni tanto in qualche harem.

Molti servitori arabi della corte provenivano da Lucera. La città era sede di una zecca imperiale e vi si concentrava una fervida attività artigianale e un'intensa attività culturale. Nella "camera" regia erano attivi atelier di corte che producevano gioielli, stoffe, tappeti, selle, armi. Le esigenze delle guerre combattute dall'imperatore insieme alle crescente funzione militare acquistata dalla colonia, spiegano la presenza di armaioli, maestri fabbricanti di balestre e di archi, di elmi e di spade, che col tempo fecero di Lucera un vero e proprio centro di produzione di materiale bellico, in grado di far fronte, sia pur sempre su scala artigianale, a commesse di un certo impegno. Le vie della città vedevano un artigianato variopinto e laborioso; vi si lavoravano ceramiche di tipo arabo o siculo-arabo con colori e tecniche che da Lucera si diffusero in Abruzzo, lavori d'intarsio con premi istituiti dall' Imperatore, tende e coperte, vi si fabbricavano laterizi, stoviglie di ottone e di altro metalli. Alla produzione industriale si aggiunge quella agricola e armentizia, così fiorente che si registrarono esportazioni di cereali a Roma e altrove e, alla fine del secolo, anche di vino.

L'avvicinamento sul piano economico tra i saraceni, che poi parlarono italiano, e gli indigeni pugliesi, non tardò a verificarsi; vennero così introdotti nel mercato locale nuovi prodotti di origine musulmana. Secondo il cronista arabo Ibn Wasil, nella città saracena "venne intrapresa la costruzione di un istituto scientifico affinché vi fossero coltivati tutti i rami delle scienze speculative".
Vi erano gabbie di leoni, allevamenti di cavalli, di cammelli, di leopardi e di altri animali addestrati alla caccia, altra grande passione di Federico.

Questa roccaforte e colonia militare, alle dirette dipendenze del sovrano, era in grado di fornire una fanteria leggera, armata solo d'arco e di corta spada o coltellaccio, atta quindi a tener dietro alla cavalleria e a seguirne gli spostamenti.
Federico anticipava di sessant'anni, dal punto di vista tattico, l'esperimento d'Edoardo I d'Inghilterra alla battaglia di Falkirk nel 1298, il quale alle compatte masse scozzesi doveva contrapporre l'azione degli arcieri inglesi dapprima, lasciando poi alla cavalleria il compito di completare la disfatta delle falangi avversarie già scosse e disorientate.

Questi agricoltori potevano in ogni momento impugnare le armi da loro stessi costruite, archi e frecce. Sarebbero stati fanti o anche, considerata l'eccellenza delle loro scuderie, cavalleggeri. Queste truppe erano indifferenti alla scomunica del Papa e ubbidivano solo all'Imperatore il quale riuscì prodigiosamente a mutare in breve il selvaggio odio dei vinti nella fanatica fedeltà verso il vincitore propria degli orientali che servivano da schiavi il loro signore e protettore. Federico II aveva nei suoi saraceni una cosa che mancava a qualsiasi altro signore del tempo: un esercito stabile, truppe sempre pronte a prendere le armi, ciecamente fedeli a lui in quanto protettore della fede musulmana. Questo era un motivo in più per legare i saraceni a Federico; sradicati, soli in un paese straniero, in lui solo trovava protezione la loro fede. Ed era un legame che Federico, saggiamente, si guardò bene dal rompere; difatti non desiderava per nulla la loro conversione, e solo per brevissimo tempo, essendo i rapporti col papa divenuti molto tesi, permise di malavoglia a una missione di frati minori di recarsi a Lucera. Federico non mosse un dito per agevolare la loro opera di conversione la quale, in un'atmosfera d'indifferenza, rimase priva di frutti.

Ben altro impegno egli pose invece nel preparare in Lucera squadre di combattenti ben addestrati per le guerre che lo attendevano nell'Italia dei Comuni. Sapendo di dover affrontare la fanteria lombarda armata di lancia e scudo e sorretta dalla cavalleria alle spalle, aveva bisogno di disporre d'una buona fanteria di tiratori, capaci d'infrangere con le loro armi da getto la massa serrata del nemico.
L'Italia del nord vide le sue strade percorse da questi insoliti e temutissimi armati.
Nel gennaio del 1236, Ezzelino da Romano, alleato di Federico II, prese Verona e pose in sua difesa 500 cavalieri tedeschi e 100 arcieri saraceni. L'anno dopo diecimila saraceni venivano chiamati da Lucera a Ravenna che si era ribellata, passando coi faentini, alleati dei milanesi. Qualche mese dopo a Cortenuova, a oriente di Treviglio, Federico sconfigge i lombardi riuniti in Lega alla testa del suo esercito feudale germanico, al quale vennero aggiunti mercenari tedeschi, 500 cavalieri pugliesi e 7000 saraceni. La presenza nella sua armata di mercenari saraceni era ingente, e fra di essi gli arcieri dovevano essere in numero superiore al consueto per un esercito dell'epoca, tanto che i cronisti coevi parlarono di loro come se fossero tutti arcieri, cosa in realtà poco verosimile. Secondo Parisio da Cereta infatti "….il 14 settembre si raccolsero nel distretto mantovano settemila arcieri saraceni mandati dalla Puglia in aiuto del signor imperatore." A Cortenuova l'assenza della cavalleria lombarda permise a Federico una mossa vincente e che sembrerebbe costituire un'innovazione tattica: fece intervenire gli arcieri saraceni i quali, tuttavia, trovandosi alla retroguardia ed essendo in buona parte appiedati, poterono entrare in azione solo poco prima del tramonto. Comunque le loro frecce incominciarono a grandinare fitte, e non certo a vuoto, sui ranghi serrati dei guelfi. Il numero dei saraceni che presero parte alla battaglia di Cortenuova è controverso. Si direbbe comunque che la maggior parte di essi fossero effettivamente arcieri, anche se l'unica testimonianza in proposito si trova in una lettera del cancelliere imperiale Pier delle Vigne. Dando notizia del combattimento, il latinista di corte rammenta infatti, nel suo stile fiorito che "i saraceni vuotarono le loro faretre", confermando in tal modo che l'arco era la loro arma tipica e più usata. Da notare viceversa la scarsezza, se non la totale assenza, in campo guelfo, di tiratori che avrebbero potuto contrastarli, sebbene sull'efficienza dei saraceni si discuta ancor oggi. Alcuni storici sottolineano che, a causa dell'oscurità incipiente, la loro azione durò troppo poco per scompaginare davvero le file avversarie. In ogni caso, anche se i loro risultati pratici non furono risolutivi, l'impatto psicologico delle ferite e delle perdite da essi inflitte, dovette pesare sul morale dei lombardi già scoraggiati; e non c'è dubbio che, se la battaglia fosse ripresa il giorno seguente, le scosse milizie della Lega avrebbero dovuto subire una pioggia di dardi ancora più intensa e avrebbero ceduto, rimanendo alla mercé dei cavalieri imperiali.

Arcieri o meno, i saraceni sono segnalati in azione in quello stesso settembre del 1236, all'assedio del castello di Montichiari, importante posizione strategica nel bresciano, accanto a numerosi cavalieri del Trentino e a duemila tedeschi; Montichiari si arrese il 23 ottobre e fu rasa al suolo.
L'anno successivo Federico assegnò 300 arcieri saraceni al suo genero, il feroce signore di Padova Ezzelino da Romano il quale, portando la guerra contro i guelfi del Veneto, il 23 marzo prese il castello di Montagnone con "padovani, tedeschi, pugliesi, saraceni e certuni dei suoi che aveva portato con sé dal Pedemonte (la zona di Bassano del Grappa)" tanto che, a prestar fede a un cronista dell'epoca, "riempì quasi tutta la Marca (Trevigiana) di tedeschi, saraceni e pugliesi." Ad eccezione del loro intervento nella presa di Montagnone, tuttavia, sembra che i saraceni venissero impiegati in compiti difensivi: a Padova Ezzelino li dispose "in castelli e nelle porte cittadine e altrove, come gli parve meglio"; nei tre anni successivi li si trova infatti a presidiare, divisi in gruppetti di dieci-dodici, i castelli di Este, Montagnone, Lozzo, Cerro, Montecchio Maggiore, Monterosso e Concadalbero.

Le forze sulle quali Federico poteva fare maggiore affidamento erano rappresentate da un certo numero di uomini d'arme italiani e tedeschi trapiantati nell'Italia meridionale e dai saraceni della colonia di Lucera il cui numero, secondo alcune fonti, avrebbe raggiunto i 9000 uomini quando, nella primavera del 1240, Federico mosse su Roma (senza però entrarvi). Considerando il numero degli abitanti della colonia di Lucera e degli altri insediamenti musulmani minori, si è tentati di credere che l'imperatore ne avesse mobilitato gran parte degli uomini validi.

Nel 1248 li troviamo a Parma; sono 4000 e si battono furiosamente incutendo terrore per la ferocia dei loro saccheggi. Pare tuttavia che i saraceni avessero un grave difetto: un'indisciplina superiore persino ai livelli, già alti, consueti negli eserciti del Medioevo. Avidi di bottino (ma i cristiani non erano certo da meno), con alle spalle una tradizione di irriducibili predoni che alimentava una "cultura della rapina", questi uomini non dovevano essere una truppa facile da gestire. Il loro modo di combattere, audace ma estemporaneo e spesso disordinato, fu pagato a caro prezzo nel disastro di Parma (18 febbraio 1248), anche se la responsabilità della sconfitta andrebbe probabilmente imputata anche alla leggerezza dell'imperatore stesso che si era assentato dal campo di Vittoria per dedicarsi al suo svago preferito, la caccia coi rapaci. Accadde che, venuti a sapere della sua assenza, i lombardi tentarono di forzare l'assedio uscendo all'alba dalla città con 500 cavalieri e reparti di fanteria. I cavalieri vennero però attaccati dalla cavalleria di Federico e retrocessero. Sembra allora che a tale vista i saraceni, bramosi di far bottino, uscissero in massa da Vittoria senza neppure i loro archi, armati a malapena di qualche pugnale o addirittura disarmati, tanta era la fretta di accaparrarsi le prede migliori. Trascinati dalla precipitazione e dalla cupidigia non si avvidero della presenza sul campo della fanteria parmigiana che accorreva in aiuto dei loro cavalieri sconfitti. Già di norma in un corpo a corpo gli arcieri, armati solitamente alla leggera, rischiano di trovarsi a mal partito; in questo caso poi, i saraceni si lasciarono cogliere del tutto di sorpresa e, odiati com'erano dai cristiani, non ebbero scampo. Furono fatti a pezzi. Nessuno si curò di contare i saraceni massacrati, ma le milizie ghibelline ebbero circa 1500 morti. Immenso fu il bottino. Nelle mani dei vincitori, tanto esultanti quanto affamati, caddero il tesoro e la corona stessa di Federico, le aquile imperiali, il Carroccio di Cremona (che per scherno fu portato a Parma trascinato da somari), gli animali esotici del serraglio e persino l'harem di Federico col suo "gregge di bellissime donne" e le danzatrici orientali. A proposito dei saraceni di Lucera così scrive Pietro Egidi: "Soldati che senza difficoltà potevano armarsi e senza spesa: un arco e delle frecce, e, chi lo possedeva o dal principe lo riceveva in dono, montava a cavallo; chi non aveva tanta fortuna partiva a piedi. Soldati indisciplinati, desiderosi di bottino, pieni di libidine, se si voglia dar retta ai nemici di Federico, ma in realtà per nulla peggiori degli altri; e in compenso resistenti, arditi, fedeli, pronti allo sbaraglio. Versarono il loro sangue per l'imperatore e per la sua famiglia un po’ dappertutto: in Siria, in Lombardia, in Umbria, nelle Marche, negli Abruzzi, nella campagna romana".

Morto Federico II, suo figlio Manfredi continuò a utilizzare i saraceni di Lucera. Prediligeva questa città forse ancora di più di suo padre avendovi a lungo soggiornato nell'adolescenza e nella giovinezza; veniva chiamato il "Sultano di Lucera". La popolazione tutta, ma in modo particolare le compagnie dei suoi arcieri, gli si affezionarono moltissimo e si batterono sempre con lui sino al limite estremo.

Nel 1266 invano qualche migliaio di saraceni si sacrificò sul passo di San Germano, presso Cassino, per impedire a Carlo I d'Angiò di entrare nel regno. Altrettanto sfortunato fu l'eroico sacrificio del corpo di arcieri lucerini, diecimila sembra, nella tragica giornata di Benevento, il 26 febbraio del 1266. Vediamo cosa ci racconta di quella giornata un cronista dell'epoca, Saba Malaspina: "Come al solito i saraceni, prima di venire alle mani, estraggono i dardi dalle faretre, e saettando improvvisamente trafiggono innumerevoli ribaldi, e le frecce lanciate (………) feriscono inaspettate e irrimediabili, come folgore sulla terra. E mentre più rapidamente vengono scoccate, si conficcano violente in diverse parti dei corpi; piantandosi a due a due ora in testa, ora in viso, appaiono come corna; e infisse nel petto o tra le scapole simulano rami secchi o estensioni di escrescenze estranee; innumerevoli corpi ribaldi ricevono rami di questa natura e moltissimi vengono abbattuti". Di fronte alla piega pericolosa che stava prendendo la situazione, i cavalieri angioini non persero tempo e caricarono a fondo: gli arcieri saraceni, avvezzi com'erano a combattere alla spicciolata, non furono in grado di arrestare quella valanga di ferro, e, a quanto sembra, senza neppure tentare una resistenza, si dispersero "come passeri quando il nibbio piomba improvviso dal cielo".

In sostanza i saraceni, a cavallo o a piedi, non erano fatti per nessuna tattica che non fosse la guerriglia e la razzia: rapidi, audaci, armati alla leggera, perlopiù con arco e frecce eccellevano in questo genere di guerra (peraltro molto praticato nel Medioevo). Altrettanto indubbio è che gran parte dell'impatto psicologico da essi esercitato (impatto certo superiore alla loro autentica efficacia bellica), dipendesse dal fatto che erano "infedeli", seguaci di Maometto e in quanto tali dovevano apparire alle popolazioni cristiane come IL NEMICO per antonomasia, progenie di Belzebù, satanassi vomitati dall'inferno. I saraceni si sottomisero e giurarono fedeltà a Carlo I. Mantennero così la loro libertà religiosa e la loro precedente personalità giuridica, pur dovendo consegnare le armi.

La morte in battaglia di Manfredi a Benevento segnò il declino, ma non ancora la fine, dell'impiego in guerra dei saraceni di Lucera. La loro sottomissione non dovette essere delle più sincere, o il trattamento loro riservato dagli Angioini non fu quello sperato; due anni dopo, appena giunta in Puglia, ai primi di febbraio del 1268, la notizia che il quindicenne Corradino, nipote di Federico II, scendeva verso l'Italia meridionale per riconquistare il regno di cui era erede, Lucera si ribellò e i saraceni, memori di aver combattuto sotto l'aquila imperiale, si gettarono a devastare per largo tratto le terre dei loro vicini cristiani. Corradino venne catturato e giustiziato e Lucera posta sotto assedio e, presa per fame, capitolò nell'agosto del 1269.

I re angioini non rinunciarono a sfruttare a proprio vantaggio le capacità militari dei saraceni, anche se non si sarebbero vedute le migliaia di guerrieri che avevano servito sotto Federico e suo figlio Manfredi. I nuovi padroni non se ne fidavano troppo, né, dal canto loro, i musulmani avevano con essi quel rapporto preferenziale che li aveva legati all'imperatore. Adesso coltivavano i loro campi e, nonostante le facilitazioni fiscali promesse, persino quei pochi che si arruolavano mostravano una certa tendenza a tornarsene a casa senza permesso quando veniva il tempo del raccolto.

Negli anni dal 1274 al 1278 vennero insediate a Lucera 140 famiglie provenzali, cui vennero concesse terre e privilegi. Carlo I utilizzò anch'egli corpi di arcieri che lo seguirono nelle sue imprese. Il clima morale e politico del tempo angioino non era però per i saraceni lo stesso di quello svevo. La tolleranza dei nuovi dominatori non bastò a sollevare la colonia dalla prostrazione in cui era caduta. La produzione artigianale s'indebolì sotto i colpi pesanti del fiscalismo angioino. La forte falcidia di braccia da lavoro nei campi, provocata dalle guerre, impoverì le campagne.

La colonia venne improvvisamente aggredita e dispersa nel 1300, per motivi che sono ritenuti soprattutto di natura economico-finanziaria, poiché il monarca angioino si dibatteva in formidabili difficoltà di cassa. La vendita, come schiavi, dei maomettani lucerini e dei beni esistenti nella loro terra, avrebbe così risollevato le esauste finanze del sovrano. Si propagandò perciò la turpe e crudele azione come "ricristianizzazione" di Lucera.

Il 15 agosto del 1300 le truppe angioine entrarono in Lucera. La lotta infuriò corpo a corpo nelle strette e tortuose vie della città e si protrasse fino al 24 agosto. Arrestati e concentrati nella campagna, diecimila uomini, suddivisi in gruppi, furono inviati in diversi mercati d'Italia per essere venduti come schiavi. Si ignora la sorte delle migliaia che non furono venduti. Molti si dovettero convertire al cristianesimo, altri si dispersero e col tempo vennero assorbiti dalla popolazione locale. Solo qualche irriducibile preferì darsi alla macchia e per alcuni anni ancora le campagne della Capitanata registrarono numerosi episodi di brigantaggio alimentati dai saraceni. Il governo angioino ricavò una somma che potrebbe valutarsi, al valore della moneta attuale, in alcuni milioni di Euro. Evacuata Lucera dai saraceni, la si ripopolò e la si ricostruì, attività che terminò dopo 11 anni.

La Lucera medievale che possiamo vedere oggi è quella del 1311. Del periodo saraceno restano solo le rovine del palazzo eretto da Federico II nel 1233. Scompariva così, agli inizi del XIV secolo, l'ultima comunità islamica riconosciuta e organizzata dell'Italia meridionale. Ogni traccia di essa fu cancellata, tanto che nelle tradizioni locali ne rimase a malapena qualche ricordo vago e sbiadito; la memoria, che ormai sfumava nei colori della fiaba, dei minareti, dei guerrieri e degli arcieri saraceni, dei falconieri arabi, dei cammelli, dei leopardi addestrati alla caccia, delle danzatrici, delle donne bellissime e velate racchiuse nel segreto dell'harem: un frammento di Mille e Una Notte deposto nella pianura pugliese, otto secoli fa, da genio estroso dell'imperatore Federico II di Svevia.

Fonti:

  • Lucera svevo-angioina. Riflessioni intorno a un momento della sua storia - Atti della Accademia Pontiniana - vol. XVII - Giannini - Napoli 1968
  • Federico II di Svevia e la guerra del suo tempo - Archivio Storico Pugliese - Anno XII - Casa Editrice Cressati - Bari 1960
  • Federico II, Imperatore. Ernst Kantorowics - Garzanti 1988
  • Federico II, un imperatore medievale. David Abulafia - Einaudi - Torino 1993
  • Gli arcieri saraceni di Lucera al servizio di svevi e angioini. Gian M. Giughese - Quaderni di Daedalus IV - Stampato in proprio a cura della LIAST - Torino
  • La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione. Pietro Egidi - in "Archivio Storico per le Province Napoletane" . XXXIII-XXXVI, 1911-1915
  • L'evoluzione delle milizie comunali italiane. Piero Pieri, in "Scritti vari" - Giappichelli 1965

di Marco Dubini